

Lineup
Jason Rullo – Drums
Michael Lepond – Bass Guitar,chorus
Michael Pinnella – Keyboards,chorus
Michael Romeo – All Guitars,chorus
Russell Allen – Vocals
Doveroso saluto a tutti i lettori di Oculu§ MetalluM, sono Artic e questa è la mia prima recensione. L'album che andrò a recensire è niente di meno che Underworld, nono full in studio dei Symphony X rilasciato il 24 luglio 2015. Se siete dei fan accaniti del Simphonic Metal, non potete perdervi questo appuntamento con un must del genere. La copertina si presenta bene, dando la giusta aria di misticismo che andremo ad assaporare durante tutto il disco.
Andiamo subito ad analizzare nel dettaglio la track list.
L'album ci scaraventa subito in un'atmosfera satura di orchestrazione il che ci fa subito percepire quel sapore di epicità caratteristico della band, che con “Overture” garantisce un'opening di altissimo livello, scandita perfettamente da Jason Rullo, ritmando quello che sembra un coro intento ad intonare un inno liturgico di un qualche misterioso rito arcano, per poi cedere il passo alla chitarra di Michael Romeo seguito a ruota dalle maestose tastiere di Michael Pinnella. Due minuti che vanno obbligatoriamente accompagnati senza fermarsi un attimo da “Nevermore”, il neoclassico fa da padrone con riff graffianti ma precisi, con un utilizzo massiccio di doppia cassa e l'impagabile voce di Russell Allen che ben si accompagna alle progressioni tipicamente barocche di questo pezzo, che però deve debitamente lasciare il passo a degli assolo precisi, coinvolgenti, tecnici, che però potrebbero risultare leggermente stantii ai fan più accaniti, ma da ricordare che sono proprio queste doti ad aver reso celebre Michael Romeo, che in “Nevermore” getta le basi per incantarvi come l'incantatore con il serpente. In “Underworld”, la track omonima del full-length, ci spedisce direttamente sotto il mondo di Symphony X per farci scoprire con grande sorpresa una matrice Prog che ben si sposa con l'onnipresente neoclassico barocco tipico del genere. La scelta delle progressioni in questo pezzo è a dir poco magistrale, una discesa in un universo al contrario, che come quello dantesco di offre l'esatto opposto di ciò che ci saremmo aspettati di trovare. Degne di nota le parti strumentali dedicate alla tastiera, che si accompagnano in maniera eccelsa all'assolo, alternandosi ad un ritmo sincopato e scambiandosi perfette frasi di arpeggi. Allen non ci lascia a bocca asciutta nemmeno in questo caso, il suo timbro graffiante sarà il celebratore della messa in atto. Le atmosfere create sono semplicemente sublimi, purtroppo non rispettate nel seguito con “Without You”, pezzo durante il quale la tensione mistica e l'introspezione cedono il passo ad un malcapitato Symphonic che scade quasi nel banale, proponendosi come traccia commerciale del disco. Davvero un grande calo di grinta e classe in questa song. Tuttavia resta alto il livello tecnico, che risale durante le parti di solo, e per citare il film “School Of Rock”: ‘Sei la chitarra solista, contiamo su di te per un po' di stile, fratello’.
Mai citazione potrebbe essere più azzeccata.
Sembra una gran forzatura discografica, perchè dopo una febbricitante attesa, vi ritroverete nuovamente gettati in mezzo alle fiamme, con “Kiss of Fire”, dove affronterete un corridoio a ritmo serrato, e per accenti alla vostra discesa verso nulla avrete degli sporadici cori angelici, che vi metteranno in allerta. Come Nevermore, anche qui la componente Prog è molto sentita, basta ascoltare lo strumentare di basso, i riff dispari, e le progressioni scandite da pause. Forse troppo lineare la traccia di batteria in alcuni punti. Verrete sorpresi dall'ululato di Romeo, che farà sentire su di voi tutto il peso angosciante di un'anima in pena intenta a scappare dal fuoco eterno, guidandovi all'uscita del pezzo nella progressione finale, che lentamente ci lascia riprende fiato, per poi riproporci un intreccio di synth che chiudono il pezzo e lasciano voce a “Charon” che si presenta con gli stessi toni della precedente, facendovi tornare consapevoli della maestosità della produzione offerta, dove le tastiere creano un ambient di tutto rispetto, mentre la chitarra vi prende per mano e vi guida dolcemente ma con fermezza al cospetto della voce di Allen che da il meglio di se in tutta la sua estensione. Ricchissime le parti di chitarra ed incalzanti le parti di basso. Tuttavia nella parte strumentale di questo pezzo si fa un abuso davvero enorme della minore armonica, che trova il suo coronamento nell'assolo, divertente e godibile come sempre ma non incisivo e creativo come i precedenti. Il padrone incontrastato è certamente Allen, davvero notevole la sua sicurezza nell'esecuzione di questo brano.
“To Hell and Back”.
Devo fare una piccola confessione, nei primi due secondi ho pensato mi stessero tirando un brutto scherzo, mi sembrava quasi di stare ascoltando “Under a Glass Moon” dei Dream Theater. L'intera canzone abbandona per un attimo la cadenza sinfonica e lascia il posto al padre del prog metal con un sound degno di “Images & Words” strappando un sorriso ripensando al neonato Prog Metal nato proprio da quel full. Massiccio l'utilizzo di doppia cassa e rimbalzi, dando colore e tiro ad un groove già perfetto di suo, che lascia tutto in secondo piano fino all'entrata in scena dell'assolo, che si propone dapprima come rivelazione ricca di novità, per poi ricadere nel barocco già ampiamente utilizzato in tutto il disco, ma ci piace così, è sempre divertente ascoltare il 700 in chiave moderna. Di alto livello la resa della voce, alternando un LaBrie dei tempi d'oro all'Allen che ben conosciamo e che da il meglio di sé anche in questo pezzo, per poi lasciare spazio al secondo assolo carico di tapping, che non dispiace e si lascia apprezzare. Ma la tastiera chiude lo strumentale con una volgare manifestazione di potenza, lasciando tutti in secondo piano con la sua magnificenza, per poi per sua concessione e grazia cedere il passo alla voce che recita le ultime battute di un pezzo memorabile. Non rilassatevi, perché passerete quattro minuti di buio, con “In My Darkest Hour”, verrete bombardati da riff cattivi e dissonanti, per ricordarvi che la vostra discesa nel mondo sotterraneo non è ancora finito e il viaggio è ben lontano dalla fine, tuttavia perde la maestosità della linea vocale, che viene ben rimpiazzata da un complesso scambio fra tastiera e chitarra, il quale vi farà certamente passare sotto banco il calo della voce in questo pezzo, che seppur carico di potenzialità si ferma prima di dare sfogo a tutto ciò che ha da dare.
Fate pure un profondo respiro perchè con “Run with the Devil” sarete invitati ad una maratona con il diavolo in persona che però nella seconda strofa subisce un brusco rallentamento riproponendo passaggi più orecchiabili, un circolo vizioso di alti e bassi, tuttavia ben gestiti da una magistrale tastiera che si ritaglia il suo spazio epico anche qui. Non un pezzo al livello dei precedenti, ma di sicuro una buona via di mezzo, nessuna progressione degna di nota, tranne una cadenza finale di tutto rispetto, che ci lascia ben sperare per il prossimo pezzo. Ma no, Swan Song passa quasi sotto silenzio, facendo tornare un timido Simphonic, che però da spazio ad un attimo di riflessione per assimilare, trova quindi spazio Michael Pinnella che gestisce l'intera melodia, lasciando incisive ma marginali parti alla chitarra, che però ben accompagna la sua compagna orizzontale, per poi sgomitare e ritrovare la parte che le spetta durante un assolo breve ed inteso, ma senza troppe pretese. Questo pezzo mi ha ricordato largamente alcuni passaggi tipici degli Avenged Sevenfold, in canzoni come “Seize the Day”, ma con quel sapore sinfonico e neoclassico che solo i Symphony sanno trasmettere. La chiusura è lasciata alla tastiera che malinconicamente vi mostrerà l'uscita verso “Legend”, ultimo pezzo.
Siamo arrivati in fondo al baratro, dove l'ultima prova ha luogo, il mondo sotterraneo è giunto, ci accoglie un'aria di festa, con dei synth e progressioni degno del più classico progressive rock, finché non ci coglie la tipica linea vocale dei Symphony X, e rigettarci a capofitto nel prog neoclassico, che fra ritmi serrati e sincopati ci farà battere il piede e scuotere la testa, ed ci innalzerà di nuovo alla superficie con l'ennesima volgare manifestazione di violenza della tastiera, per mezzo di pause e scambi con un immenso Leopond e un indaffarato Romeo a seguire la sua controparte sintetizzata, ma senza fatica, due leopardi che si rincorrono, per poi intonare in coro l'ultima strofa e lasciare di nuovo spazio alla voce che ci squarcia il petto e fa affondare gli artigli di un'ultima cadenza finale che ci da il colpo di grazia.
Pensiero finale: Un album di eccelso livello ma con qualche sbavatura di genere, non ho gradito i cali di tensione, ho avuto la percezione di una band che non riesce a tenere il passo pur essendo tecnicamente preparata a farlo, dovuto a cosa non lo so, ma ai posteri l'ardua sentenza.
Questo era “Underworld” dei Symphony X.
Horns Up Metalheads ! \m/
Tracklist:
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Overture– 2:13
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Nevermore– 5:29
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Underworld– 5:48
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Without You– 5:51
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Kiss of Fire– 5:09
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Charon– 6:06
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To Hell and Back– 9:23
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In My Darkest Hour– 4:22
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Run with the Devil– 5:38
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Swan Song– 7:29
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Legend– 6:29
By Artic
Voto 80/100

