

“I'm sitting here alone in darkness, waiting to be free,
Lonely and forlorn I am crying
I long for my time to come, death means just life
Please let me die in solitude”
Questa strofa non ha sicuramente bisogno di presentazioni particolari dato che è una delle più emblematiche e più rappresentative del gruppo e del disco che sto per recensire per la categoria “Big”, ovvero i Candlemass.
La band formata per volere di Leif Edling, bassista e compositore principale di questo famoso progetto, creerà e consoliderà le basi per il genere più classico e tradizionale, nonché il più solenne del Doom metal, ossia l’Epic Doom metal.
La formazione originale era composta in realtà solamente da Mats Bjorkman alla chitarra ritmica, Leif Edling al basso e Mats Ekstrom alla batteria. Infatti, il loro primo cantante ed anche il chitarrista solista furono dei turnisti (anche se finirono effettivamente nella band). Il combo svedese rilascia il primo LP per la Black Dragon Records nel 1986, lavoro che diede ancora prima di altri gruppi una reale definizione del genere, anche grazie al nome dell’album “Epicus Doomicus Metallicus”.
Questo album è una vera e propria Bibbia per il genere, che tutti quelli che vorrebbero cimentarsi nel Doom dovrebbero conoscere, ascoltare ed assimilare. Insomma un vero e proprio caposaldo, una pietra miliare e l’inizio di un capitolo che ancora oggi si rivela sempre più imponente ed interessante con tutte le sue sfaccettature. Il record è composto da sei brani relativamente lunghi per riempire un totale di 43 minuti più o meno, ma ora passiamo all’analisi track by track.
La prima imponente traccia è “Solitude”, ovvero una delle più note e famose canzoni del gruppo svedese. Dopo l’introduzione, un riff semplice e trascinante che costituisce il tema del brano, e che ci porterà quasi per tutta la durata dello stesso. Nel ritornello e nel “bridge” dove si erge un maestoso assolo dalla natura melodica ma comunque ossessiva, abbiamo un momento di apparente calma. Dopotutto il brano è un continuo evolversi dello stesso riff e dello stesso tema, ma è proprio questa la sua grande bellezza.
“Beyond all nightmares I met my fate
an ancient passage surrounded by hate
scared I was with my hand on my cross
I went into the demons gate”
Come se stessimo per vedere un film fantasy o horror, la seconda traccia “Demon’s Gate” si apre con una introduzione particolare. Dopo questa intro, il brano inizia con uno dei riff più interessanti e caratteristici di tutto il genere (e non solo). Il male si sprigiona attraverso ritmiche per niente serrate che trasmettono un’aria di oscurità ed epicità allo stesso tempo. Sonorità arabeggianti che trasmettono al pezzo un senso di “mistero” dal tenebroso fascino, vengono amalgamate alle atmosfere più cupe che il gruppo propone.
“Black heart, your soul is mine”
Continua il viaggio tra atmosfere cupe ed ossessive ma mai troppo deprimenti, con il terzo brano “Crystal Ball”. Sulla scia delle precedenti canzoni, questa è leggermente più breve tuttavia mantiene quell’alone di mistero e di epicità che contraddistingue questo capolavoro del Doom metal. Tra riffs ed armonie supportate dal fascino delle sonorità più orientali, sezioni più spedite dall’andamento “thrash” ( proprio per esagerare) , il gruppo svedese dimostra ancora una volta di saper fondere grinta e tranquillità, aggressività mista a momenti più calmi. E questo brano è ancora oggi un esempio per molti gruppi che vogliono seguire le orme dei maestri.
“A procession of dark coats followed the star
Foretold to come since ages
In silence they walked on crossing the lands
On their way to Bethlehem,
To break the chains of the spell”
“Black Stone Wielder” è una personale interpretazione di Leif Edling sulla leggenda dei Re Magi ( entriamo su lidi religiosi/epici come al solito). Qui la band riprende le atmosfere alla Demon’s Gate ma le rende più adatte ad un contesto meno malefico, ma più avventuroso. Difatti, i riff usati dai nostri sono molto meno violenti e tendono a creare una situazione più pacifica. Sostenuta da un cantato ed una sezione ritmica parecchio azzeccata, questa canzone è un punto di riferimento per le band che trattano tematiche cristiane più epiche del previsto come i Forsaken (Malta). L’approccio della composizione cambia rispetto a “Solitude”; qui la band si diverte (paradossalmente…visto il genere) a suonare più riffs durante strofe e ritornelli, e c’è addirittura una parte più veloce verso la fine del pezzo.
“My heart, bleeding for my race
The traces of mankind sweeped out by the hand of our Lord
I cried for the ones I have lost
Midnight in paradise, grief, away goes my hope”
Con molta tranquillità e senza difficoltà durante l’ascolto arriva la penultima traccia “Under the Oak”; qui la band ci regala un concentrato di epicità e potenza, ottenuto dal mix di breakdown e riffs rallentati. Complice un coro dal sapore apocalittico e sacro allo stesso tempo, i nostri compongono una delle più belle canzoni metal di tutti i tempi, con tutte le dinamiche del caso. Come ad esempio la sezione con le chitarre acustiche e la tastiera di sottofondo sorrette da accordi di chitarra distorta. Il brano sarà poi incluso anche nell’album “Tales of Creation” e sarà annoverato come uno dei più belli del gruppo.
“An old man marked by a life so long is
Sleeping so sweet while his magic is growing so strong
Waiting still for new times to come
A thousands years to see if he has won”
“A Sorcerer’s Pledge” si potrebbe definire una suite doom. Inizia con una sezione solenne, e sorretta da un cantato molto epico che è quasi un lamento. Dopo la suddetta parte, si torna su lidi più aggressivi ( per quanto possano esserlo) e spediti. Tra un mix di ritmiche e riffs tipicamente doom, cavalcate che strizzano l’occhio alla N.W.O.B.H.M, questa canzone è una delle più incalzanti e trascinanti dove si può praticare anche del sano headbang. Vi sono sezioni più calme dove le chitarre svolgono un ruolo secondario, sostituite principalmente da una tastiera, per evidenziare l’epicità più di quanto già non avrebbero potuto già fare. Per finire in bellezza la canzone termina con una voce femminile che segue il tema creato dalla tastiera.
Ebbene non sembra vero, potete crederci o no ma anche questo disco è uno dei più belli e più importanti per il Doom metal. Vi ricordo solamente che prima del 1986, probabilmente nessuno suonava in questo modo cosi solenne ed epico. Tra l’altro senza perdere una componente aggressiva ed incalzante. Io direi agli scettici ed ai meno esperti, di provare questo disco perché davvero potrebbe cambiare il vostro modo di percepire non solo il metal, ma la vostra stessa visione totale della musica. Come tra l’altro, successe a me.
TRACKLIST:
1) Solitude
2) Demon’s Gate
3) Crystal Ball
4) Black Stone Wielder
5) Under the oak
6) A Sorcerer’s Pledge
By Matteo DoomMaster Perazzoni
VOTO: 90/100

Il Doom Metal è un bellissimo sottogenere del più grande e noto calderone classico dell’Heavy Metal più tradizionale, figlio della N.W.O.B.H.M e nato più o meno intorno ai primi anni Ottanta. Genere parecchio di nicchia ancora oggi, viene spesso snobbato dai “metallari” più duri e puri (pur essendo un sottogenere dalle sonorità molto classiche).
Che ci crediate o meno esiste un Big Four del Doom metal (più o meno come nel thrash, esatto) che viene seguito più o meno da tutti i presunti appassionati di Doom Metal. Uno di questi gruppi che formano il Big Four risponde a nome di Trouble, una band americana nata nel 1979 e che sperimentò nel corso del tempo svariate sonorità riconducibili più o meno ad un Doom/Stoner dalle forti influenze Heavy e Psichedeliche.
Sicuramente uno dei lavori più importanti del gruppo americano è il loro omonimo del 1990, uscito all’epoca per la Def American Recordings. L’album contiene i pezzi più interessanti nonché i più famosi, perciò si può chiaramente affermare quanto il connubio tra qualità e fama sia notevole in questo caso, più unico che raro.
L’album è costituito da dieci brani fino a formare una lunghezza complessiva di circa quarantadue minuti, nei quali difficilmente il livello della composizione si abbassa.
“At the end of my daze” è chiaramente una delle canzoni più note del gruppo Doom, caratterizzato dai tipici riff dal sapore Heavy Rock che distinguevano i gruppi di chiara ispirazione “Sabbathiana”. Una voce carismatica come quella di Eric Wagner, ben si adatta al contesto creato dalle chitarre incalzanti e dalla sezione ritmica semplice ma efficace, che vuole imporsi nella testa di chi ascolta. Interessanti gli assoli che creano melodie molto orecchiabili.
“The Wolf” ha un intro dallo sfondo epico, ottenuto grazie a melodie di chitarra e tastiera, per poi sfociare in un buon riff per niente scontato e abbastanza spedito, dalle influenze molto Hard e Heavy/Rock. Ci sono cambi sul tema e sul tempo, ma il brano rimane molto naturale ed è nella sua semplicità la sua grandezza.
“Psychotic Reation” ha quasi un approccio thrash nelle strofe, anche se poi la componente più “Sabbathiana” appare anche qui. Tali influenze donano al pezzo innumerevoli sfumature, come gli assoli dalla natura più Hard Rock e Bluesy che rendono vario il brano. Anche qui la voce di Eric Wagner ci dimostra come un timbro graffiato seppur sempre pulito sia in grado di innalzare notevolmente il livello del brano.
“A Sinner’s Fame” è una specie di blues, ovviamente più pesante e rallentato. Qui la presenza del basso è fondamentale per dare più corposità e varietà al brano. La componente più Heavy/Rock riappare spesso nelle sezioni più “pesanti”. La batteria incalzante e trascinante suona uno “shuffle” che dona un senso più “vintage” al lavoro complessivo. Pezzone da headbang violento (per quanto lo sia).
“The Misery Shows (Act II)” si presenta come una Ballad dalla forte sonorità Blues, ed è probabilmente è la canzone più tranquilla dell’album in quanto è interamente in acustico, tranne che per un ritornello in mid-tempo. Un brano che va ad evidenziare le capacità compositive del gruppo anche in situazioni meno metal del previsto, e che va ad esplorare orizzonti più psichedelici.
“R.I.P” è un pezzo che già dal titolo dovrebbe farvi capire che qui siamo su sonorità proprio “Doom Metal” in tutti i sensi. Riffs talvolta spediti e rallentamenti tipici del genere fanno di questo brano anche il più famoso ed il più importante per la band. Le sezioni più spedite sono occasionali, in questo brano si ha proprio la tipica atmosfera oppressiva e incalzante del genere. Le soluzioni armoniche adottate dal gruppo rimarranno poi un marchio per il loro sound.
“Black Shapes of Doom” è un brano che segue più o meno le orme di quello precedente, con una sezione ritmica più presente e con riff che ricordano di più quell’hard n heavy tipico degli anni ’80. Il riff usato per il ritornello, verrà poi riusato in altre salse da altri gruppi in futuro. Ottima la parte ritmica che accompagna l’assolo, e che dona pesantezza ed originalità al brano.
“Heaven on my mind” è caratterizzato da una partitura più o meno Heavy Rock, con dei riff che ricalcano uno stile alle volte più spedito del tipico Doom pesante ed ossessivo che era presente in “R.I.P”. Grazie alle ritmiche decise questo brano acquisisce un “feeling” molto più potente del previsto. La cavalcata in “shuffle” rallentata verso la fine del pezzo fa pensare a quel filone che sarebbe poi diventato il Doom/Stoner di gruppi come Acrimony (quelli Inglesi di Tumuli Shroomaroom). Il ritorno al riff Heavy Rock è decisamente più interessante, anche grazie alle melodie armonizzate dalle chitarre.
“E.N.D” è il penultimo pezzo ed il più interessante per quanto riguarda le scelte nei riff, che variano tra l’Heavy/Doom, agli accordi aperti stile Ballad per poi ritornare a quei riff dalle sonorità Heavy/Blues di zio Iommi e compagni.
“All Is Forgiven” va a chiudere un lavoro interessante, importantissimo per lo sviluppo di certe sonorità tanto devote al gruppo di Birmingham (Black Sabbath). Quest’ultimo brano è un buon riassunto di tutto quello che è stato detto finora… Forse il meno personale, ma anche il più dimenticato da tutti. Va anche detto che le doti della band hanno raggiunto il massimo con questo disco, che complessivamente è un buon concentrato di tutte quelle sonorità che avrebbero e che hanno poi influenzato quasi tutto il Doom metal europeo (anche se meno rispetto a quanto composto dai Candlemass).
TRACKLIST:
1)“At the End of My Daze"
2)"The Wolf"
3)"Psychotic Reaction"
4)"A Sinner's Fame"
5)"The Misery Shows (Act II)"
6)"R.I.P."
7)"Black Shapes of Doom"
8)"Heaven on My Mind"
9)"E.N.D."
10)"All Is Forgiven"
By Matteo DoomMaster Perazzoni
Voto: 75/100

“Curious Volume”, uscito nell'agosto del 2015, è l'ultimo lavoro dei Pentagram, band statunitense che rappresenta un pilastro della scena Doom metal mondiale. La loro lunga carriera, non è certo stata priva di ostacoli: vennero fondati da Bobby Liebling nel lontano 1970 e ben 15 anni dopo, pubblicarono il loro primo vero album ufficiale. Anche con innumerevoli cambi di formazione, lunghe pause e scioglimenti, hanno prodotto uscite di gran valore che li hanno consacrati come “padri fondatori” di questo genere, merito soprattutto della personalità carismatica di Liebling.
Quest'ultimo album, composto da undici tracce dinamiche e differenti tra loro, ci conduce in un viaggio a ritroso nel tempo che racconta il vissuto del gruppo, mantenendo il loro sound ombroso e inquietante ma spaziando anche tra il Rock e l'Heavy degli anni settanta-ottanta. L'apertura dell’album pare fin dalle prime battute molto frizzante, con il gruppo che presenta una doppietta veramente interessante composta da “Lay Down And Die” che presenta un ritmo sostenuto e dalle venature hard’n’heavy che incalzano immediatamente l'ascoltatore portando la sua soglia d’attenzione ad alti livelli e “The Tempter Push”, che richiama molto lo stile dei Deep Purple, con degli intrecci psichedelici atti a creare un turbinio emozionale. Segue “Dead Bury Dead”, una delle canzoni che ho fatto più fatica a dimenticare, inconfondibilmente heavy/doom, con un incedere pesante, quasi roccioso che porta ad agitarti e seguire il ritmo in maniera ossessiva e, subito dopo, la degna di nota “Earth Flight”, che con un heavy rock un po' datato, è una delle tracce che rende quest'album a cavallo tra i seventies e oggi, rimarcando quindi le intenzioni del gruppo di andare a ripescare i suoni old school. Con “Walk Alone”, più lenta rispetto alle altre ma, allo stesso tempo, coinvolgente e cupa, la band va a creare una sorta di pausa, un inframezzo per far rifiatare l’ascoltatore e farlo cadere in un limbo di riflessione per poi accompagnarlo alla traccia che da il nome all'album, “Curious Volume”, dove ho più apprezzato la voce di Liebling, anche se la canzone non mi ha colpito paricolarmente, il cantante è riuscito in qualche modo a colpirmi con la sua interpretazione . Una delle tracce più sorprendenti, è sicuramente “Misunderstood”, che si discosta ampiamente dal loro mood buio e che si fa apprezzare per le sue aperture sui generi con un gusto meno retrò. Eccoci arrivati a “Close The Casket”, canzone che con le sue sonorità, rappresenta appieno il vissuto dei Pentagram e il loro stile , sia per il titolo del brano che come melodia. Tra le più coinvolgenti, ci sono sicuramente “Sufferin” e “Devil’s Playground”: con le loro armonie tenebrose, ruvide e violente, che certamente riescono a catturare gli amanti del genere, e che risultano fra le mie preferite in questo album. Terminiamo con “Because I Made It”, dove torniamo ad apprezzare, come nelle altre tracce, Bobby Liebling alla voce che si fonde perfettamente con la chitarra di Victor Griffin, il basso di Greg Turley e Pete Campbell, alla batteria.
Tutti i brani convivono con un songwriting degno di nota e non sfigurano rispetto ai loro predecessori ma, nemmeno, ci fanno urlare al capolavoro. “Curious Volume” mantiene in vita la band e non tradisce le aspettative degli appassionati. Un lavoro onesto e ben fatto, dove il vecchio incontra il nuovo. Auguro ai Pentagram, ancora, una lunga carriera.
Tracklist:
1. Lay Down and Die
2. The Tempter Push
3. Dead Bury Dead
4. Earth Flight
5. Walk Alone
6. Curious Volume
7. Misunderstood
8. Close the Casket
9. Sufferin’
10. Devil’s Playground
11. Because I Made It
By Jackie Black
Voto: 70/100

