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Dalla Sicilia con furore ci arriva violento come una badilata in fronte il secondo EP degli Holdkrast, band Black/Death Metal attivi dal 2011, intitolato "Humanity Tribulation" (2014) dal sound cupissimo come la intro del full ci mostra. Seconda traccia, il quale prende il nome della release, presenta atmosfere violente, un drumming veloce ed aggressivo unito a una linea chitarristica tecnica e molto incisiva, con una stilistica molto Black. "Cursed Ultraviolence" a mio parere è la piú riuscita dell'album, un misto di tecnicismo e pura violenza d'assalto, senza ALCUNA pietà vengono massacrate le strumentazioni, creando un mix perfetto con la continua ed insistente alternanza di growl e scream del cantante, come se di lí a poco stesse per finire il mondo. Segue il quarto brano "Her Sons in the Hand of Terror", rincarando la dose di estrema ferocia per dare il fatidico colpo di grazia all'ascoltatore, inerme nella loro scalata infernale. La voce straziante dà il meglio di se stessa, in un'atmosfera a dir poco epica, tipicamente Blackened. Dulcis in fundo ci arriva dritta nell'apparato uditivo una cover dei Darkthrone, la leggendaria " Cromlech", riadattata allo stile personale della band e prodotta in collaborazione con Adranor dei Throne Of Molok - alla chitarra solista - a mio avviso senza snaturare troppo l'originale. Gli Holdkrast propongono al pubblico un quadro stilistico brutale con una buona dose di tecnicismo, contesto caratteristico del Metal moderno (se cosí vogliamo definirlo), senza tuttavia rinunciare al buon vecchio e rauco Black. Una cosa che li contraddistingue è la perfetta calibratura delle due cose, senza rischiare di enfatizzare una oscurando l'altra. Da notare - e lodare - anche i numerosi cambi di tempo e blast compulsivi del batterista, conferendo all'intero full lenght un impianto compositivo ricco di sfumature mai monotono e scontato. Inoltre, ascoltando la precedente release - di cui ricordiamo con piacere il titolo: "A New Aeon of Total Darkness (Zero Hope, Only Suffering )" del 2013 - si percepisce il non poco cambiamento stilistico della band e le enormi migliorie apportate dai rispettivi componenti, evolvendosi non solo in termini di sound, ma anche da un punto di vista prettamente tecnico della strumentazione - anche qui ritroviamo la perfetta sinergia delle due cose - il tutto arricchito da una cover e un ospite di tutto rispetto. Ci aspettiamo una prossima produzione ancora piú 'altolocata' quindi, cari nostri siciliani, rimboccatevi le maniche che noi addrizziamo le orecchie!

 

Tracklist:

  1. Intro 

  2. Humanity Tribulation 

  3. Cursed Ultraviolence 

  4. Her Sons in the Hand of Terror 

  5. Cromlech (Darkthrone cover)

 

By Larika Fracca

 

Voto: 80/100

Inizio questa recensione dicendo che sono un fan del Black Metal svedese, in particolare i Marduk mi fecero sognare sin dai loro primi album, arrivando sempre a creare un concept ed un suono veramente aggressivo (non sto a citare album ,che tutti gli amanti di questa band conoscono! ). Andiamo nello specifico del full "FRONT SCHWEIN" (2015): nella prima song , che da appunto titolo all’ album, Morgan e soci ci propongono riff taglienti, blast devastante che riportano ai fasti di Panzer Division. Riffing veloce ed ispirato, guerra pura nel concept e nellla musica. "THE BLOND BEST" seconda traccia del full, presenta un ritmo cadenzato a far presagire una marcia di guerra, qui Mortuus riesce a dare il giusto pathos al pezzo. Arriviamo ad "AFRIKA" la quale si riprende con un blast devastante e riff che incalzano incessantemente, il tutto condito da stop and go. "WRATHELAND" con un mid tempos ad esaltarne le cupe melodie tramite anche a riff molto ispirati. Con "ROPE OF REGNET" si torna a far male all’anima, in puro stile Marduk.  "BETWEEN THE WOLF-PACKS" pezzo in mid -tempos molto ben costruito i riff di morgan la fanno da padrone e pure quando si prende a blastare!!! "NEBELWERFER" il pezzo più lento e sperimentale ma non per questo meno meritevole del ful anzi, lo considererei maestoso e potente. Anche "FALAISE:CAULDRONOF BLOOD" ci regala un riffing serrato e un drumming violento, mentre "DOOMSDAY ELITE" è in linea con la sperimentazione dei nostri adrenalinici Marduk. "503" un altro lentone ispirato e potente. "THOUSAND -FOLD DEATH", ultima mazzata per le orecchie, a mio avviso presenta il riffing migliore dell’ album. A rendere tutto il full ancora più potente e piacevolmente ascoltabile ci pensa sia il concept sulla guerra, tema assai interessante e sempre di attualità – con cognizioni storiche sull'argomento – che la musica ricercata dal drumming al cantato di Mortuus. Direi che la parola chiave per descrivere questo full sia “ispirato”, quindi consigliatissimo. A quanto pare il Black Metal non è morto finché i panzer dei Marduk si faranno sentire!!!!!

 

Tracklist:

  1. FRONT SCHWEIN

  2. THE BLOND BEST

  3. AFRIKA

  4. WRATHELAND

  5. ROPE OF REGNET

  6. BETWEEN THE WOLF-PACKS

  7. NEBELWERFER

  8. FALAISE:CAULDRONOF BLOOD

  9. DOOMSDAY ELITE

  10. 503

  11. THOUSAND -FOLD DEATH

 

By Jack

 

Voto: 80/100

Nyx, trio piemontese di stampo Black Metal, rilascia nel 2014 il loro debut album “Hairesis” dopo le due rispettive demo “…Death…” (2010) e “Obnubilato Incesto Semen” (2011) e un EP “Fides Lucifera” (2012). Con questo nuovo lavoro si capisce quanto siano fedeli al loro genere di punta, ovvero il Black. In tutto l’ascolto, infatti, si percepisce distintamente la grande influenza svedese in stile Marduk e, per alcuni brani, direi anche norvegese. Dunque un songwriting alternato da questi due stili simili ma non uguali, tuttavia mai scontato o ripetitivo, denota grande bravura e professionalità da parte dei componenti. Facendo un’analisi più approfondita delle tracce, notiamo una particolare impostazione delle stesse: infatti la intro sembra esser divisa in tre parti e distribuita nel full per dare maggiore risalto al concept di quest’ultimo, in seguito nostro oggetto di analisi. Così abbiamo magnifici canti gregoriani estratti dall’omonima opera di Giovanni da Palestrina, nella intro “Missa Papae Marcelli: Credo” e nella sesta e nona traccia “Missa Papae Marcelli: I” e “Missa Papae Marcelli: II”. In “Hairesis” troviamo parti più veloci e altre con riff molto rallentati e tipicamente raw, il tutto condito con  un Growl Death degno del suo significato. Stessa cosa vale per “Unhedonistic Phrenomophobia”, ma è con “Reverteris” che le intere parti strumentali danno il meglio di sé, scatenandosi in una danza infernale che sembra avere fine solo per brevissimi istanti, per poi riprendere inesorabile la sua marcia verso i più oscuri meandri degli abissi. “Aliquam Hortabantur Mori” mantiene un guitar working in linea con la forma mentis stilistica della band e rappresentativa dell’album in questione. “Tulpa Strigoi” è riconoscibile dalla grande maestria canora del cantante, mentre “Nema” sicuramente si distingue per le sonorità cupe e nefaste tipiche del Black old school. La decima traccia “CCXVIII” riprende la caduta negli inferi, descritta con sonorità più violente e moderne. Infine l’ultima traccia – la quale con il titolo vuole rievocare la seconda demo – “Obnubilato Incesto Semen” chiude il full lenght con intrepida aggressività, come a suggellare l’ormai destino crudele dell’animo umano in mano alle istituzioni religiose. Volendo fare il punto della situazione, pare ovvio e scontato elogiare ancora la bravura della band nel saper in primis gestire un progetto simile, facendo perfettamente combaciare ed ingranare i due stili prima citati. In secundis la professionalità e sapienza con cui tutti riescono a “far parlare” il proprio strumento. Un elogio va’ fatto anche al batterista e alla sua ottima performance, in particolar modo nelle parti di blasts beat. “Hairesis” è un disco che si lascia ascoltare, molto fluido con una produzione lodevole, sono riusciti a rendere tutti i suoni puliti e ben calibrati l’uno con l’altro. Si percepisce anche la grande sinergia tra i componenti della band e il significato stesso dell’album, ovvero un concept incentrato sull’eresia come coraggiosa opposizione alle dottrine imposte dalle istituzioni religiose. Potenzialità, professionalità e spessore comunicativo. Che dire, Consigliati!

 

Tracklist:

  1. Missa Papae Marcelli: Credo

  2. Hairesis

  3. Unhedonistic Phrenomophobia

  4. Reverteris

  5. Aliquam Hortabantur Mori

  6. Missa Papae Marcelli: I

  7. Tulpa Strigoi

  8. Nema

  9. Missa Papae Marcelli: II

  10. CCXVIII

  11. Obnubilato Incesto Semen

 

By Larika Fracca

 

Voto: 75/100

Sazernyst, band Black Metal lombarda, ci presentano la loro ultima demo "Where Darkness Dwells" (2015), d'ispirazione scandinava del genere, croce e delizia di questi tempi. Gli amanti dell'old school sicuramente troveranno questo progetto un promettente preludio per qualcosa di molto interessante. Infatti la prima traccia "Homicide Ritual" preannuncia già la scelta stilistica del gruppo in maniera assai violenta e diretta, con voce graffiante e strumentazione aggressiva. In generale il sound tipicamente acerbo trova totale espressione sopratutto in tracce come "The Pit And The Pendulum" e "Unicursal Hexagram". Tuttavia mi duole sottolineare quelle che forse per molti rappresentano il cosiddetto "pelo nell'uovo": la composizione sembra un tantino piatta e forse troppo ancorata al passato, magari un po' di originalità non guasterebbe. Inoltre la mancata maturità sinergica tra i vari componenti provoca a mio avviso un accostamento disgiunto degli elementi strumentali, cosa percettibile nell'ascolto dei brani. Di rimbalzo bisogna considerare anche la neomilitanza del gruppo e quindi il poco materiale attualmente a disposizione, il quale tuttavia dimostra una non poca dose di talento ancora da affinare e una fortissima aggressività molto notevole. Per questo motivo rimaniamo sintonizzati per altre novità e nell'attesa, prestategli orecchio!

 

Tracklist:

  1. Homicide Ritual 

  2. The Pit And The Pendulum

  3. La Caduta Degli Angeli 

  4. Unicursal Hexagram 

  5. Death's Breath

 

By Larika Fracca

 

Voto: 65/100

 

In questa sezione offro la mia modesta analisi su un gruppo che, se dovessi paragonare ad un film, credo non avrei dubbio alcuno nel citare “Il curioso caso di Benjamin Button” di David Fincher. Sto parlando dei Dawn Of A Dark Age, band molisana di stampo Black Metal con atmosfere depressive ed elementi folkloristici nonché  di recente formazione (2014),  fondata da Eurynomos (Vittorio Sabelli) il quale si occupa di: chitarra, basso, voce (Growl, Clean), batteria, sassofono alto e baritono, clarinetto, piano, tastiere; Buran (Pierluigi D’Amario) vocalist (Harsh, Clean). L’analogia con la pellicola sopra citata è da ricondurre al percorso stilistico inverso, rispetto al solito, compiuto dal gruppo, così come il processo fisiologico del protagonista di tale prodotto cinematografico. Infatti, facendo un breve focus sulla questione, notiamo come la band sia partita da basi e competenze classiche – ricordiamo che il polistrumentista Vittorio Sabelli è laureato in conservatorio e le sue collaborazioni nel campo Jazz e musica Classica sono ben note nel suddetto ambiente – per poi cimentarsi in un genere che, in linea puramente teorica, poco sembra avere a che fare con queste. Ciò denota una notevole intraprendenza, considerando che, come abbiamo detto, solitamente avviene l’esatto opposto. Con questi propositi, quindi, non c’è da stupirsi affatto del progetto assai complesso e ambizioso che via via stanno cercando di plasmare, ovvero il concept globale intitolato “The Six Elements” con il debut-album “Hearth”. Questo progetto prevede un vero e proprio ‘cammino’ quasi spirituale, eseguito attraverso sei album – contenenti sei tracce ciascuno, di cui due strumentali  – ispirati ai cinque elementi (terra, acqua, aria, fuoco, spirito) più un sesto, al pubblico ancora ignoto. Ogni elemento presenta delle proprie peculiarità, dove ogni brano trova intesa con il precedente e quello successivo; allo stesso modo, anche i singoli CD sono imprescindibilmente collegati tra loro. Inoltre tutti i full lenght verranno rilasciati singolarmente a cadenza semestrale, con l’ultima pubblicazione prevista in data 1 Luglio 2017. Infine, credo sia di dovere tranquillizzare chi eventualmente abbia dei dubbi sulla qualità del progetto, causa uscite così rapide, che la maggior parte del lavoro è stato svolto negli anni passati, quindi crediamo non sia necessaria tanta preoccupazione. Fin qui spero non ci siano dispersi in questa Odissea!

Tornando a bomba sul disco, passiamo alla consueta analisi track by track: l’album inizia con “Cold Winter”, un’intro di percussioni ‘tribaleggianti’ attira subito l’attenzione, quasi a voler cullare l’ascoltatore in un illusorio stato di tranquillità e pacatezza, sensazione che viene crudelmente spazzata via da chitarre aggressive ed irrequiete. Subito s’intuiscono le influenze del Black old school, sound tipicamente gelido e voce volutamente trasandata rendono meritata giustizia a gruppi maestri come i Mayhem. Poi si passa alla seconda traccia, “The Last Prayer”, la composizione lascia libero sfogo al folklore, in particolare con un assolo di flauto che ricorda abbastanza gli Jethro Tull e Ian Anderson, nell’album più famoso “Acqualung”, senza tuttavia dimenticarsi un più che adatto accostamento Black molto aggressive. Per quanto riguarda invece il terzo brano intitolato “Raped Earth”, cambiano i tempi che si fanno più lenti e definiti, con conseguente atmosfera depressive e qualche piccola influenza Stoner/Doom (primo verso).  “Eurynomos Army” torna a calcare la scena scandinava agli albori del genere di punta, confermando il tributo a band storiche come i Satyricon in “Mother North”. “Dawn Of A Dark Age”, quinta traccia del full lenght, completa il curriculum del polistrumentista Eurynomos grazie ad un intro assai coinvolgente di Sassofono, il quale svela un primo verso molto simile a quello del progetto Frozenthia Depresis, traccia “Abstract”, e tempi tipici del funeral doom alternati ancora da altre comparse sempre più coinvolgenti di Sassofono. Per ultima abbiamo “Outro n.1”, un brano che si apre e prosegue fino alla fine con un arpeggio di chitarra accompagnata da un flauto sognatore che fa musica per sognatori: stendersi su un prato, in un bosco, e guardare le stelle ammirando tal creazione avanti agli occhi, toccando con mano quel che più rappresenta la fecondità della Grande  Madre: la terra.  

In generale le idee e i riff sono al quanto lodevoli, si capisce che i Dawn Of A Dark Age hanno dell’ottimo potenziale, forse una delle poche cose che rivaluterei sono alcuni stacchi troppo bruschi (soprattutto nel primo pezzo), mi danno come la sensazione che siano stati ‘incollati’. Del resto timbrica vocale e utilizzo delle tastiere ricordano i primi Cradle Of Filth, oltre a tutte le altre influenze sopra citate. La strada è lunga, ma è decisamente quella giusta!

 

Tracklist:

  1. Cold Winter

  2. The Last Prayer

  3. Raped Earth

  4. Eurynomos Army

  5. Dawn Of A Dark Age

  6. Outro n.1

 

By Larika Fracca

 

Voto: 75/100

Come anticipato, continuiamo il viaggio con i Dawn Od A Dark Age questa volta nei meandri di quello che per i Greci sarebbe stato il regno di Poseidone e per i Romani di Nettuno: Acqua. Si, perché dove c’è acqua c’è mare… E dove c’è mare troviamo gli abissi più profondi. E questo il nostro two-piece lo sa bene, tanto da trascriverlo in una composizione come quella del full lenght in questione, “Water” (2015). Da un primo ascolto si percepisce prepotentemente la notevole differenza con il Vol.1 “Earth”, in quanto risulta più avanguardista anche se non manca una produzione di stampo Black old school e altri piccoli elementi, contando anche il tipo di atmosfera completamente differente, più fluida e leggera, di certo così voluta per via del tema perseguito. Osservando invece le analogie, anche qui troviamo molte influenze diverse: Jazz, Classica, Folk e come detto in precedenza d’avanguardia, oltre a elementi Raw Black.

Passiamo velocemente alla nostra consueta analisi track by track: il disco si apre con “Intro/The Gates Of Hell (In The Deepest Dark  Abyss)”, titolo che racchiude tutta l’essenza della traccia stessa, perfetta anteprima dell’intero full lenght. Atmosfere ‘acquatiche’ unito a voci che alternano Clean, Harsh e Growl con dovuta maestria e parti di violino degne di grande nota, tutto merito del violista e violinista P-Kast, il quale ha partecipato su richiesta dei Dawn Of A Dark Age (Eurynomos e Buran) alla realizzazione di questo secondo capitolo. “Otzuni (The Black City In Apulia)”, secondo brano dell’album, lo definirei claustrofobico, inquietante ed oppressivo, grazie a violini stridenti e agonizzanti per poi passare a un sax e un clarinetto, caldi e folkloritici ma che celano un’atmosfera paranoica e intrigante; come abbia fatto Eurynomos (Vittorio Sabelli) ad inserirlo in un contesto black rendendolo pienamente calzante per noi è ancora un mistero. Molto ammirevole anche lo stacco blues verso la fine, nel primo riff della chitarra. Man mano che si va avanti nell’ascolto si nota una repentina discesa negli inferi del loro genere prediletto, infatti “The Old Path Of Water (Where You Rot Slowly)” torna un po’ alle origini, ricordando lo stile di “Earth” ma con nuove atmosfere, come il sax e il clarinetto che diventano via via sempre più asfissianti, quasi a voler provocare una qualche forma di pazzia nella psiche dell’ascoltatore. Tale stile tipicamente Raw Black lo ritroviamo anche nella quarta traccia, “The Verrin’s Source (On Mount Field)” con un delizioso stacco di bridge alla chitarra classica accompagnata inizialmente solo da una timida tastiera, poi da un sax che per concludere si unisce ad una flebile danza con il clarinetto. La quinta esecuzione, “Mouettes A Midi Sur La Mer Adriatique” è un vero e proprio rituale celebrativo rivolto al regno acquatico, con questi suoni che ricordano fedelmente alcuni dei suoi abitanti come delfini o, in una visione più mitologica, sirene. Sesta ed ultima traccia: “Outro n.2” si apre con uno xilofono riappacificante per i sensi, per poi proseguire ancora con sax accompagnato a batteria. Il tutto sfocia in un tripudio di strumenti e sensazioni indescrivibili, quasi percepisci la sensazione di affogare in questo caos. Fino a quando, di colpo, senti un suono… Una voce che finalmente riprende fiato dopo una lunga apnea e ti sembra come se anche tu stessi vivendo lo stesso momento. Poi il silenzio, la calma delle acque. Come se quel viaggio fosse ormai un lontano ricordo, un sogno… Nulla più.

Nonostante a mio personal parere ci siano ancora delle piccole pecche nella fase di mastering (i violini appaiono un po’ “piatti”, non sarebbe male dargli una certa profondità, come ad esempio fecero i Dark Lunacy in “Dolls” per intenderci) ma alla fine rimangono gusti soggettivi, con questo full lenght hanno notevolmente fatto dei passi in avanti nella produzione e il loro grandioso talento è innegabile sotto ogni punto di vista. “Water” ti porta in un mondo epico, mentre lo ascolti riesci a calarti in questa Atlantide negli abissi insidiosi, pieni di creature mostruose, pericolose ma tuttavia straordinariamente affascinanti. Pare quindi che si prospetti un progetto interessantissimo, quindi teneteli d’occhio!

 

Tracklist:

  1. Intro/The Gates Of Hell (In The Deepest Dark  Abyss)

  2. Otzuni (The Black City In Apulia)

  3. The Old Path Of Water (Where You Rot Slowly)

  4. The Verrin’s Source (On Mount Field)

  5. Mouettes A Midi Sur La Mer Adriatique

  6. Outro n.2

 

By Larika Fracca

 

Voto : 80/100

Sembra che le idee di quest’uomo siano a dir poco inesauribili! Sto parlando sempre di lui, Eurynomos (e di chi sennò?!) con i nostri ormai familiari Dawn Of A Dark Age, questa volta nel calore intenso del terzo volume dell’intero progetto “The Six Elements”: Fire. Continuano le novità, con nuove collaborazioni come: Antje Palka (voce tedesca femminile), Va.Di.N. (scream femminile), Karlsson (violoncello), P-Kast (viola), Graziano Brufani (contrabbasso). Assistiamo anche ad un cambio di line up: alla voce, Buran cede il posto al finlandese Raato (Lari Venho) dei Graveborne. Tornando al full, il sound ha ormai il tipico stile del gruppo, miscela chimica tra più generi diversi citati già per conto dei primi due capitoli che ricordiamo con molto piacere, “Earth” e “Water” (vedi recensioni). Tuttavia nemmeno questa volta il genio creativo si è esaurito, trovando nuove combinazioni di questi generi, riuscendo sempre e comunque ad instaurare una certa alchimia tra strumenti che normalmente si prenderebbero a cazzotti se solo ne avessero la capacità motoria. Come se non bastasse, nel corso della nostra analisi vi sveleremo anche alcune curiosità riguardanti le tematiche che questa volta il nostro Vittorio Sabelli ha voluto far riferimento nei brani, curiosità molto interessanti e poco note circa quest’album. Allora inutile allungare il brodo, direi di procedere.

Focus track by track

L’album inizia con “Awakening Of The Old Flame”, arpeggio di chitarra accompagnata dal contrabbasso per iniziare, breve urlo vocale come a preannunciare un dramma, e per proseguire l’entrata galante di un clarinetto, sfociando infine in uno scoppiettio di fiamme ardenti, bruciando tutto quello che d’incantevole stava fiorendo. Si passa così alla seconda traccia, “Enonga’s Bells 1566 a.d.” chitarra e batteria aggressive – drum machine notevolmente migliorata rispetto ai primi due album – contribuiscono a creare il caratteristico suono glaciale del nostro sempre amato Black, ben bilanciato da armonie calde e gentili di clarinetto e sax. Per la prima volta entrano in gioco le voci femminili, suadenti e pericolose allo stesso tempo, in alternanza con la voce maschile in scream, la quale definirei più consona al resto del sound, ben impostata e professionalmente più matura. Curiosità: Enonga non è nient’altro che il luogo natio di Eurynomos, Agnone. Quest’ultimo è famoso per la Fonderia delle Campane Marinelli, la prima in Italia e conosciuta in tutto il mondo, attiva dal 1400. Arriviamo al terzo brano, “Pompei (Vesuvio’s Waltz)” dove la voce del molto apprezzato finlandese Raato si svela in tutta la sua sapiente espressione. L’atmosfera creata da malinconiche sezioni di archi (viola, violoncello e contrabbasso) e, sempre per contrasto, dalla furia devastante di urla femminili unite a chitarra e batteria sempre più violente, riesce a descrivere in maniera quasi terrificante il tema trattato, altra curiosità. Il brano, infatti, rievoca la famosa eruzione del Vesuvio del 79 d.C. il principale evento eruttivo verificatosi in quel sito nel corso della storia. Questa catastrofe, oltre a modificare morfologicamente il vulcano stesso, provocò la distruzione delle città di Ercolano, Pompei e Stabia, le cui rovine vennero portate alla luce solo a partire dal XVIII secolo (anno domini 1700).

“Winter Solstice” sembra rappresentare un cammino immerso nel buio più profondo... Quando ad un tratto, delle torce di fuoco sconfiggono l’oscurità, evidenziando una strada. Una performance drammatica di Raato, fiati e archi contribuiscono a generare un’ambientazione malinconica, con dei tempi molto lenti, quasi a voler riecheggiare dei passi un po’ incerti nella notte. Tutte queste sensazioni vengono prontamente spiegate da un’altra curiosità. in “Winter Solstice” infatti, ci sono dei richiami di tradizioni folkloristiche nostrane di Agnone, come la ‘Ndocciata, il più grande rito di fuoco nel mondo, che si tiene l’8 e il 24 Dicembre per ricordare la storia stessa di questa tradizione: I Sanniti usavano queste torce infuocate come fonte di luce durante gli spostamenti strategici. Si tratta di una tradizione tramandata dai contadini che, fin dall’800, usufruivano delle ‘ndocce per illuminare il cammino e per poter raggiungere le numerose Chiese del borgo antico e assistere alla Natività. Stando alla tradizione il 24 Dicembre, Vigilia di Natale, all’imbrunire, nel momento in cui si udiva il rintocco della Campana Maggiore ad Agnone, calava il silenzio e un fiume ardente correva per le strade… Solo il crepito del legno delle ‘ndocce diventavano il sottofondo sonoro di un momento Sacro. Invece, da un punto di vista tecnico/compositivo, la parte centrale di questa traccia è stata presa in toto dal “Deutdch Requiem” di Brahms. Passiamo al quinto brano “Homecoming” sound sempre più lento e in stile Raw Black, urla maschili e femminili congelano il momento dell’ascolto, coadiuvati da uno struggente sassofono e dalla malinconica viola del bravissimo P-Kast nell’ultima parte della composizione. Infine troviamo “Outro n.3 (Kvlt Of The Fire)” che in pratica è una vera e propria canzone a tutti gli effetti. Anche qui non si risparmiano le alternanze Black con melodie più delicate, rimanendo pienamente in una stabilità compositiva che pochi o forse pochissimi riuscirebbero ad ottenere.

In conclusione possiamo affermare con assoluta certezza i progressi che continuano a rendersi visibili man mano che il progetto progredisce. Questa volta tale evoluzione possiamo individuarla da più punti di vista: vocale, in quanto il cantato di Raato risulta sicuramente più centrato ed adattabile al tipo di lavoro che s’intende svolgere nei Dawn Of A Dark Age; tematico, vista la notevole e vasta scelta tra storia e tradizione folkloristica, certo sempre in riferimento al tema principale, ovvero il fuoco; da un punto di vista della produzione, dove la qualità complessiva del progetto è molto migliorata rispetto ai primi due full lenght, oltre al fatto che il tutto è ancora più compatto e calzante. Se proprio dobbiamo andare a guardare il pelo nell’uovo, diremmo qualcosa riguardo la drum machine, che non sempre riesce a rendere come dovrebbe rispetto all’intera opera. Comunque tanta ambizione ma soprattutto tanta passione trapela in questo lungo viaggio! Mancano ancora altri tre capitoli che, ricordiamo, ognuno è legato con il precedente ed il successivo, quindi bando alle ciance e rimanete sintonizzati, che sei mesi passano in un batter d’occhio!

 

Tracklist:

  1. Awakening Of The Old Flame

  2. Enonga’s Bells 1566 a.d.

  3. Pompei (Vesuvio’s Waltz)

  4. Winter Solstice

  5. Homecoming

  6. Outro n.3 (Kvlt Of The Fire)

 

By Larika Fracca

 

Voto: 83/100

Direttamente dalla terra sicula ci arriva la seconda uscita in ambito discografico dei Delirio Occulto – fenice tipicamente Black Metal nata dalle ceneri degli Opus In Flames – ovvero: “Echoes from the ancient world” (2015). Prima di passare ad un’analisi più approfondita, credo sia cosa saggia fare un po’ di chiarezza sul progetto in questione: “Echoes from the ancient world”  infatti contiene alcune tracce appartenenti al precedente EP “As I Die” (2011) più altre inedite, quindi non fatevi confondere dai due prodotti il quale comunque rimangono distinti l’uno dall’altro. Detto questo passerei alla nostra consueta analisi. Lo stile in generale volutamente poco curato ricorda molto un Black old school, con atmosfere oscure e glaciali, come da tradizione. Composizioni noiose e ripetitive, errore fin troppo ripetuto di questi tempi, fortunatamente non fanno parte di questo progetto. L’album si apre con “Fall” e subito esprime  quella sensazione cupa e angosciosa citata precedentemente, di cui ne fa le veci in primis la copertina del full. Dopodiché irrompe prepotente una voce graffiante, presentando il secondo brano, “Lifeless Forgotten”, accompagnata da riffing affilati come rasoi. “As I Die” è forse l’unica un po’ più standardizzata, infatti porta avanti fedelmente la forma mentis old school della band, comunque sempre apprezzata dagli amanti del vecchio ordinamento. In “Tower Of Desolation” si da’ libero sfogo alla strumentazione, dove tra il ruggito della batteria e chitarre violente, capeggia un’atmosfera di pura forza aggressiva. Quinto brano “Rusted”, definisce ancor di più la furia già scatenata dal suo predecessore, qui protagonista direi è il drumming, fedelmente sostenuto da una voce sempre più straziante. “Morbid Agony” a mio avviso è il brano più riuscito di tutto l’album: di un’angoscia struggente, interpretata in maniera impeccabile con sapiente tecnica canora e strumentale, il tutto in un continuum compositivo tutt’altro che scontato. “Black Sun of Apathy” possiede tutti i requisiti per accogliere un’atmosfera infernale, raccontata da un rauco scream eseguito con notevole maturità professionale, a tratti ricorda vagamente lo stile canoro di grandi nomi del Black scandinavo. Arriviamo all’ottava traccia “Memories Of A Cold Embrace” e qui scendiamo sempre più negli inferi, dove la voce graffiante si alterna ad uno stile più ‘demoniaco’ , chitarra violenta e batteria martellante contribuiscono a creare un senso di angoscia quasi solenne. “Delirio Occulto” è il brano, sempre a mio personal parere, più rappresentativo della proposta musicale della band – non per nulla hanno il medesimo nome, coincidenza?! – ogni singolo intervento sembra volto a creare l’immagine perfetta della reale essenza dell’intero album, e questo già dice tutto. Decima e ultima traccia, “Spirito Degenerato” funge un po’ da calmante per l’anima, con i cori canonici che da “Fall” tornano a regalarci le fatidiche sensazioni ansiolitiche ma al contempo piacevoli, come a chiudere il vortice di emozioni che si era generato. I Delirio Occulto sono dei buoni rappresentanti del genere a cui prendono ispirazione, per questo non è difficile intuire il motivo per cui è stata scelta una qualità audio di certo non paragonabile ad altri prodotti che il mercato Black ci offre. Dunque nessuna lamentela sullo stile minimalista, in quanto principale caratteristica del Black old school. Dopotutto bisogna anche considerare la bravura della band nel non sfociare in quell’odiosa convinzione secondo cui per ottenere questo genere di sound bisogna necessariamente suonare in una caverna con magari l’Uomo di Neanderthal alla voce e la qualità audio di un registratore della Seconda Guerra Mondiale. Certo, i nostri siracusani hanno ancora molta strada da intraprendere, magari con qualche sperimentazione giusto per variare ed evolversi, com’è giusto che sia. Tuttavia potete star sereni, non mancheranno le sorprese e a mio avviso li reputo abbastanza validi per stupirci.

 

Tracklist:

  1. Fall

  2. Lifeless Forgotten

  3. As I Die

  4. Tower Of Desolation

  5. Rusted

  6. Morbid Agony

  7. Black Sun of Apathy

  8. Memories Of A Cold Embrace

  9. Delirio Occulto

  10. Spirito Degenerato

 

By Larika Fracca

 

Voto: 70/100

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Alcune recensioni della Music Reviewer Larika Fracca sono state eseguite in collaborazione con Horrorscape.jimdo.com

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